lunedì 30 novembre 2009

Se ci sono le meduse l'acqua è pulita?

PESCA SELVAGGIA, E IL MARE NOSTRUM DIVENTA DI PROPRIETÀ DELLE MEDUSE

di Marco Negrì

A fine maggio 2009 un pilota della Marina militare francese ha lanciato l’allarme per uno strano colore del mare. Si pensava fosse una chiazza di petrolio, quando una motovedetta è giunta sul luogo dell’avvistamento, la sorpresa: si trattava di una enorme, immensa colonia di meduse. Una «macchia» lunga quasi 10 chilometri, larga dai 10 ai 100 metri, che fluttuava a Nord della Corsica. La causa sono i cambiamenti climatici e soprattutto la pesca eccessiva. Di conseguenza i pesci non contendono più il nutrimento alle meduse che si moltiplicano senza dovere fare i conti con rivali. I cambiamenti climatici ne favoriscono inoltre la riproduzione e ne ampliano l’area di diffusione.

Global warning, allarmi su allarmi, figli di un estate dal tuffo difficile, sopratutto se si viene a conoscenza di episodi come quello accaduto al nuotatore di Livorno che ha riportato gravi ustioni causate dal contatto con una caravella portoghese, la Physalia physalis. In realtà non si tratta di una medusa, ma di una colonia di quattro diversi tipi di polipi dal micidiale effetto urticante causato dai tentacoli, pericolosi sopratutto se pensiamo che esistono esemplari che raggiungono i 30 metri di lunghezza. Occorre sfatare una leggenda metropolitana: “la presenza di meduse lungo le coste non è il segno di acque pulite” bensì la reazione di un mare disabitato, i maggiori predatori di meduse sono infatti, oltre alle testuggini e tartarughe marine, tonni e pescispada. Le stesse meduse catturano poi piccoli pesci, innescando un circuito che porta allo spopolamento del mare. Come per l’acqua, si tende a pensare che il pesce sia inesauribile, in realtà oltre all’inquinamento dei mari, i metodi della pesca industriale minacciano di distruggere per sempre la fauna marina:
per pescare un chilo di sogliole vengono uccisi 16 chili di animali. Un crescente numero di elementi fa ritenere che gli ecosistemi marini, ora dominati dai pesci, possano essere in futuro dominati dalle meduse. Solo una rete regionale di riserve marine, che applichi un approccio ecosistemico (ovvero che consideri non la tutela di singole specie o habitat, ma dell’ecosistema marino nel suo complesso), potrà assicurare la tutela del patrimonio di risorse e culture del Mediterraneo e assicurare il benessere a quei milioni di persone che da esso dipendono. La regola fondamentale è quella di informarsi: abbiamo il diritto-dovere di sapere cosa compriamo e a quali costi ambientali e sociali. Con la loro pressione i consumatori possono modificare i processi produttivi a favore della sostenibilità.


Anche qui ognuno di noi può fare la propria parte, queste le linee guida, pubblicate da Greenpeace per orientarsi verso scelte più sostenibili:
1. Chiedere sempre informazioni sul prodotto (es. se proviene da strascico o pesca artigianale)
2. Orientarsi sul pesce azzurro (alici, sardine, sgombri) e sulle cozze (debitamente certificate per la stabulazione)
3. Evitare sempre pesce sotto taglia
4. Per orate e spigole di acquicoltura preferire i prodotti italiani (costano di più ma la qualità è superiore e, di solito, gli impatti inferiori).



Pubblicato su Zero91 Magazine nr 2 - Agosto 2009

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