lunedì 30 novembre 2009

L'isola di plastica

471246268.JPG

Tutto inizia nel 1907, con la prima plastica ottenuta dal fenolo e dalla formaldeide: la bachelite. Dopo più di cent’anni solo da poco abbiamo capito di aver creato un’emergenza... La plastica si ottiene dal petrolio, non è biodegradabile e se viene bruciata è molto pericolosa perché libera nell’aria diossina. Oggi viviamo immersi nella plastica.

Nel 2008, a seguito delle forti piogge, il livello del Tevere si innalzò al limite dell’esondazione, quando rientrò alla normalità la plastica era dappertutto. I rami degli alberi sulle due sponde avevano agito come una rete, trattenendo solo una parte di quella trasportata dalla corrente, e questo accadeva solo nei pochi giorni in cui il fiume aveva rischiato di straripare. Plastica che i fiumi trasportano verso il mare. Nel Pacifico, una lenta corrente che si muove a spirale in senso orario (North Pacific Subtropical Gyre) ha creato il cosidetto “Pacific Trash Vortex” -vortice di spazzatura dell'Oceano Pacifico- La sua estensione non è nota con precisione: le stime vanno da 700.000 fino a più di 15 milioni di km², (tre volte l'area di Spagna e Portogallo) è profondo 30 metri, è composto per l'80% da plastica e il resto da altri rifiuti che giungono da ogni dove. L'area è una specie di deserto oceanico, dove la vita è ridotta solo a pochi grandi mammiferi o pesci. Per la mancanza di vita questa superficie oceanica è pochissimo frequentata da pescherecci e assai raramente è attraversata anche da altre imbarcazioni. Motivo per cui è poco conosciuta.

Il materiale, talvolta, finisce al di fuori di tale vortice per terminare su alcune spiagge delle Isole Hawaii o addirittura della California. In alcuni casi la quantità di plastica che si arena su tali spiagge è tale che si rende necessario un intervento per ripulirle, in quanto si formano veri e propri strati spessi anche 3 metri. Nel mondo vengono prodotti circa 100 miliardi di kg l'anno di plastica, dei quali, circa il 10% finisce in mare, il 70% sul fondo degli oceani (danneggiando la vita dei fondali), il resto continua a galleggiare. La maggior parte di questa plastica si sminuzza in particelle piccolissime che diventano cibo per molti animali marini portandoli alla loro morte. Quella che rimane si decomporrà solo tra centinaia di anni, provocando da qui ad allora danni alla vita marina e non solo.

Pubblicato su Zero91 Magazine nr 4 - Novembre 2009cop4rid.jpg

Se ci sono le meduse l'acqua è pulita?

PESCA SELVAGGIA, E IL MARE NOSTRUM DIVENTA DI PROPRIETÀ DELLE MEDUSE

di Marco Negrì

A fine maggio 2009 un pilota della Marina militare francese ha lanciato l’allarme per uno strano colore del mare. Si pensava fosse una chiazza di petrolio, quando una motovedetta è giunta sul luogo dell’avvistamento, la sorpresa: si trattava di una enorme, immensa colonia di meduse. Una «macchia» lunga quasi 10 chilometri, larga dai 10 ai 100 metri, che fluttuava a Nord della Corsica. La causa sono i cambiamenti climatici e soprattutto la pesca eccessiva. Di conseguenza i pesci non contendono più il nutrimento alle meduse che si moltiplicano senza dovere fare i conti con rivali. I cambiamenti climatici ne favoriscono inoltre la riproduzione e ne ampliano l’area di diffusione.

Global warning, allarmi su allarmi, figli di un estate dal tuffo difficile, sopratutto se si viene a conoscenza di episodi come quello accaduto al nuotatore di Livorno che ha riportato gravi ustioni causate dal contatto con una caravella portoghese, la Physalia physalis. In realtà non si tratta di una medusa, ma di una colonia di quattro diversi tipi di polipi dal micidiale effetto urticante causato dai tentacoli, pericolosi sopratutto se pensiamo che esistono esemplari che raggiungono i 30 metri di lunghezza. Occorre sfatare una leggenda metropolitana: “la presenza di meduse lungo le coste non è il segno di acque pulite” bensì la reazione di un mare disabitato, i maggiori predatori di meduse sono infatti, oltre alle testuggini e tartarughe marine, tonni e pescispada. Le stesse meduse catturano poi piccoli pesci, innescando un circuito che porta allo spopolamento del mare. Come per l’acqua, si tende a pensare che il pesce sia inesauribile, in realtà oltre all’inquinamento dei mari, i metodi della pesca industriale minacciano di distruggere per sempre la fauna marina:
per pescare un chilo di sogliole vengono uccisi 16 chili di animali. Un crescente numero di elementi fa ritenere che gli ecosistemi marini, ora dominati dai pesci, possano essere in futuro dominati dalle meduse. Solo una rete regionale di riserve marine, che applichi un approccio ecosistemico (ovvero che consideri non la tutela di singole specie o habitat, ma dell’ecosistema marino nel suo complesso), potrà assicurare la tutela del patrimonio di risorse e culture del Mediterraneo e assicurare il benessere a quei milioni di persone che da esso dipendono. La regola fondamentale è quella di informarsi: abbiamo il diritto-dovere di sapere cosa compriamo e a quali costi ambientali e sociali. Con la loro pressione i consumatori possono modificare i processi produttivi a favore della sostenibilità.


Anche qui ognuno di noi può fare la propria parte, queste le linee guida, pubblicate da Greenpeace per orientarsi verso scelte più sostenibili:
1. Chiedere sempre informazioni sul prodotto (es. se proviene da strascico o pesca artigianale)
2. Orientarsi sul pesce azzurro (alici, sardine, sgombri) e sulle cozze (debitamente certificate per la stabulazione)
3. Evitare sempre pesce sotto taglia
4. Per orate e spigole di acquicoltura preferire i prodotti italiani (costano di più ma la qualità è superiore e, di solito, gli impatti inferiori).



Pubblicato su Zero91 Magazine nr 2 - Agosto 2009

venerdì 27 novembre 2009

rifiuti ZERO

IL RICICLAGGIO, UN'OPPORTUNITÀ PER FARE SOLDI E CREARE POSTI DI LAVORO. IN ALCUNE CITTÀ È GIÀ REALTÀ, DA 20 ANNI È LA SFIDA DI PAUL CONNETT E DEL SUO PROGETTO “RIFIUTI ZERO”.

Qual è la prima cosa che fate quando una vasca
è stracolma e l’acqua vi sta allagando la casa?
Cercate di fare un altro buco per lo scarico?

Consultate un ingegnere per installare
un sistema che faccia bollire l’acqua e quindi
evaporarla? Semplicemente chiudete il rubinetto.
Questo è lo stesso principio di Zero waste, “Rifiuti zero”.
Da più di vent’anni Paul Connett, professore universitario di chimica
ambientale al St. Lawrence University di New York, porta
avanti la sua sfida per un mondo senza rifiuti. Una sfida che
ai più appare ardua e difficile da mettere in pratica, mentre per
altri rasenta l’utopia. Ma non impossibile, ed è questo il punto
di vista del professore Connett. La strategia “Rifiuti zero” va
oltre il riciclaggio e pur parlando alle università e alle piazze si
rivolge alla classe politica, sperando possa essere più lungimirante
in materia ambientale e dunque di salute e di sicurezza.
Un’alternativa proposta è quella di obbligare le imprese a non
produrre materiali non riutilizzabili poiché, come afferma il principio
Rifiuti zero, “il riciclaggio è un’opportunità per fare soldi e creare posti di lavoro. Dove viene applicato, sta accadendo
questo”. Oggi, invece, produciamo-consumiamo-bruciamo illudendoci
di distruggere e, addirittura, di trarre ricavi dall’energia
prodotta incenerendo i rifiuti. Dimentichiamo così, una delle
leggi fondamentali su cui si basa la fisica moderna: nulla si crea,
nulla si distrugge, tutto si trasforma. “Parlare di termovalorizzatori
è una mistificazione mediatica. Gli inceneritori non producono
energia, ma la consumano” Paul Connett ha così acclarato
la tesi sul pericolo della diossina prodotta dagli inceneritori, e il rischio cancerogeno collegato a questa. Contrapponendosi
a quanto più volte dichiarato dal professor Umberto
Veronesi, oncologo ed ex ministro della Salute. Quattro tonnellate
di rifiuti non spariscono quando le bruciamo, semplicemente
si trasformano in tre tonnellate di detriti ed una di polveri
sottili disperse nell’aria. La speranza, secondo Connett, è
un’inversione di tendenza dell’industria che, riutilizzando e rigenerando
i materiali, renderebbe di più, piuttosto che bruciare
qualcosa per poi ripartire da zero. Ne è un esempio la multinazionale
Xerox Europe che ritira le vecchie stampanti usando
gli stessi camion che trasportano le nuove. Le stampanti vengono
poi smontate, pulite e in gran parte riutilizzate; non finendo
in discarica. Riescono così a riutilizzare il 95% del materiale, risparmiando 76 milioni di dollari all'anno... e, forse, un po' più di salute all'umanità.
Marco Negrì
foto · Roberta Formisano

Pubblicato su Zero91 Magazine nr 1 - Luglio 2009